Autoimmunità e incompatibilità carceraria

Autoimmunità e incompatibilità carceraria.

Vi racconto una storia da Palermo. Una donna mi confida che il suo uomo, tempo fa, ebbe la diagnosi di una malattia autoimmunitaria.

Egli ora è in carcere e, per il tramite di sua moglie, ritiene che il freddo e l’umidità cui sarebbe esposto, rimanendo in carcere, con molta probabilità farebbe precipitare la malattia e innescare complicanze trombotiche per cui chiede di essere riconosciuto incompatibile con la detenzione in carcere.

La malattia infatti è una di quelle patologie subdole in cui il paziente appare star bene fino a che non si ha una condizione ambientale come quella che si vive in cella, spesso non riscaldata adeguatamente.

Cercherò di far capire al giudice competente i rischi, cui il detenuto è esposto, e l’impossibilità da parte della casa circondariale di garantire una temperatura stabile e calda, per evitare il rischio di trombosi.

Non sarà una passeggiata ma ci proverò e come sempre bisogna studiare i documenti, analizzare la storia, contestualizzarla, valutare le motivazioni giuridiche e comprendere la strategia migliore, quindi affidare all’area “controversie legali” il compito della valutazione normativa.

Per ora vado a dormire e nel mio dormiveglia rifletterò su come impostare la difesa.

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Morte a Palermo

Morte a Palermo. Fatalità o colpa ?

Una giovane donna mi chiama e mi dice che un congiunto morì dopo un intervento chirurgico che sembrava fosse stato risolutivo.

Una vedova, mamma con due figli, che chiede aiuto, rimasta sola e in miseria che vuol vederci chiaro sul perchè l’uomo della sua vita non c’è più.

Il compito affidatomi non è semplice, nè lineare.

Da una parte evitare di alimentare speranze che non possono essere sostenute, dall’altra la riflessione, senza sentimenti, del medico legale che deve analizzare i fatti.

Leggerò attentamente le cartelle cliniche, indagherò la storia del deceduto, le sue abitudini, gli eventi trascorsi nel periodo prossimo e remoto della vita biologica,  senza fretta.

La cartella clinica mi appare incompleta, una grafica veloce, frettolosa, una compilazione approssimata di elementi anamnestici.

Il mio sguardo è attratto da alcuni esami ematochimici che mi suggeriscono un impegno tissutale grave.

Morte a Palermo. La morte come giunse ?

Più che comprendere gli ultimi attimi della vita di quest’uomo ciò che mi interessa nelle prime fasi è il nesso di causalità tra l’errore della condotta del sanitario o del presidio ospedaliero e il decesso.

Meno male che ho una staff di prim’ordine di medici specialisti di branca cui chiedere un parere e un’area legale che guarda gli aspetti della Dottrina.

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Morte dopo il parto

Morte, dopo il parto, di una donna che decise di partorire la sua seconda bambina, avendo scelto di avere vicino la mamma, nel suo paese natio, nel sud dell’Italia.
La gravidanza procedeva bene, Lei era in buona salute.
Tutto sembrava volgere verso il meglio, i controlli cui si era sottoposta erano sereni, esami ematochimici nella norma.
La donna muore per complicanze dovute al parto in circostanze da studiare e da approfondire.
Sono contattato dal vedovo per partecipare all’autopsia e per tutelare gli interessi degli eredi.
Il danno da perdita del rapporto parentale, cioè la sofferenza patita per aver perso una persona cara, in seguito ad un fatto illecito, è uno degli aspetti che saranno considerati sul valore del risarcimento globale che gli eredi hanno diritto.
Una battaglia nel Sud Italia mi attende.
Una morte dopo il parto che si poteva evitare.
Ho ciò che mi occorre, la mia formazione, il mio passato, le ore trascorse sui libri, i confronti, a volte aspri, con colleghi che osservano eventi da punti di vista diversi e per ciò giungono a conclusioni non condivise.
Sono già in auto. Attivo la mia libreria di Spotify.
Parto.
Questa volta da solo.
Con i miei pensieri e le speranze di chi difenderò.
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Mail: info@studiomedicolegalelorello.it

L’amministratore di sostegno si revoca

L’amministratore di sostegno si revoca, come nel caso in esame, in cui una donna mi racconta che ha un amministratore ma che si sente bene dal punto di vista psichico e non capisce perché non può gestire da sola il proprio patrimonio.
Il fatto mi incuriosisce ed io chiedo di visitarla, analizzare i fatti, osservare dove abita e come vive.
La convoco dapprima al mio studio e l’osservo, quindi analizziamo i vari aspetti tecnico giuridici e medicolegali, quindi ci riserviamo l’analisi dei dati.
La signora mi sembra non più malata di mente di tanti altri…
Acquisisco il mandato, comprendendo comunque che Ella non può certo darmi mandato personalmente proprio perchè affetta da patologia psichica.
Con il mio staff decido di far domanda al giudice di cambio dell’amministratore, affidando l’onere al fratello che ha le possibilità e la volontà di farlo.
Mi intriga molto una difesa medico legale in tale ambito, poichè ciò ribalta la convinzione che l’amministratore di sostegno una volta affibbiato diventi inamovibile. 
Invece egli/ella si revoca se ci sono le condizioni cliniche che dimostrano la capacità globale di amministrare il patrimonio e la propria vita.
La strategia è quella di ribaltare la diagnosi facendo visitare la paziente con il consenso del fratello da un consulente psichiatra e dall’area psicodiagnostica del mio staff clinico e medicolegale di studio su incarico permesso dal fratello che ci dà mandato, quando egli diventerà a sua volta amministratore.
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Decesso in seguito a caduta.

Decesso in seguito a caduta.
Una donna, passeggiando con la figlia, cade a terra in seguito alla trazione violenta del braccio, da dietro, per uno scippo esercitato alla figlia stessa.
La figlia durante la caduta trascina con sé la mamma che, anziana, rovina al suolo e avverte un grave dolore alla spalla destra.
La figlia chiama il 118 e conduce in PS la mamma ove diagnosticano una frattura ingranata e composta dell’omero destro.
La donna è dimessa con una fascia elastica, ma, a casa, inizia a lamentare dolore al femore destro, dove qualche anno prima aveva avuto una protesi.
A questo punto, riportata in PS, esegue la radiografia dell’arto inferiore e scopre di avere anche una frattura periprotesica del femore destro.
I sanitari scelgono di dimetterla con terapia medica e richiesta di un controllo radiografico a breve.
Ad una donna di più di ottant’anni con due fratture, senza eseguire esami diagnostici internistici, è consigliato così di andare a casa.
Durante la notte, affanno ingravescente, per cui è condotta in altro ospedale e di lì a poco muore.
Lo studio “Lorello & Partners” si fa carico, su invito degli eredi, di presenziare ed eseguire l’autopsia, per valutare le cause della morte e le eventuali correlate responsabilità.
Attendiamo gli esiti della Procura per esprimere in ambito penale le nostre riflessioni e avviare una probabile azione risarcitoria in ambito civile.
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L’accoltellamento e la morte di un ventenne.

L’accoltellamento e la morte di un ventenne.

Una tragedia evitabile che coinvolge un uomo che in gioventù si trova a gestire il macigno del rimorso e di una storia giudiziaria lunga e complicata.

Il defunto era ebbro d’alcool e cocaina e fu ucciso da parte di un coetaneo per futili motivi: il grado di cottura della pasta.

Futili motivi che determinarono la morte di un giovane.

L’accoltellamento e la morte di un ventenne giunse perchè il coltello da cucina penetro’ il ventricolo sinistro e il polmone dell’aggredito e ciò condusse alla morte.

Io difendo l’aggressore.

Quanto abbia inciso lo stato d’ebbrezza di entrambi nella dinamica dell’aggressione e quanto l’alcool e la cocaina abbia falsato i parametri di lucidità e controllo, responsabilità e percezione del limite è lo scopo del mio mandato.

L’aggredito che subì l’atto mortale nel tentativo di evitare il peggio si inchino in avanti e torse il dorso verso destra per cui offrì la regione anteriore e laterale del torace sinistro.

I tragitti dei colpi inferti sono dal basso verso l’alto.

Sarà necessaria un’analisi approfondita della dinamica e correlarla all’esito dell’autopsia.

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Principio di autodeterminazione.

Principio di autodeterminazione.

Una nonna di 86 anni muore dopo due giorni dall’accesso al PS.

La figlia tre giorni prima per ben due volte chiama l’ambulanza che giunge in verità al domicilio in tempi adeguati e previsti.

In entrambi le occasioni i sanitari visitano la paziente e si accertano delle condizioni cliniche della stessa che non appaiono critiche.

E senza creare allarme, ritengono che non vi siano i presupposti per il ricovero e consigliano la vigile attesa.

Chiamati la terza volta i sanitari cambiano atteggiamento e scelgono il ricovero per approfondire lo stato di salute della paziente.

Questa volta agiscono non chiedendo il consenso della parte interessata.

La povera nonna in verità non vuole andare in ospedale ma è costretta a farlo poichè gli infermieri del 118, con un sotterfugio, Le dicono che è obbligata a seguirli.

La figlia non Le sarebbe stata vicino perchè non poteva (certo ne aveva piacere) benchè fosse la sola che avrebbe potuto, ma le fu impedito.

Libertà di ricovero e principio di autodeterminazione, quindi, non rispettata.

Essi mentono di fatto poichè la nonna sarà accolta in una struttura Covid ove non è possibile l’assistenza del congiunto.

La nonna muore, senza colpa di sanitari, ma è lesa nella sua libertà di ricoverarsi e nel diritto a far rispettare il principio di autodeterminazione, sancito dalla Costituzione.

L’erede sarà risarcita per violazione del diritto alla libertà di autodeterminazione della mamma che aveva tutto il diritto di rifiutarsi.

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Un decesso e le responsabilità dei sanitari.

Un decesso e le responsabilità dei sanitari.

Muore una persona cara.

I familiari sospettano vi sia la responsabilità dei sanitari e/o dell’azienda ospedaliera e mi cercano in videochiamata whatsApp.

Chiedono la partecipazione all’autopsia del medico legale per comprendere perché e come sia accaduto il decesso ed io accetto con piacere perchè l’autopsia è sempre un’esperienza arricchente e spesso mi insegna correlazioni e spunti di riflessione.

Rifletto con il CTU designato sulle cause e sugli eventuali errori omissivi o commissivi.

La specializzazione in medicina interna mi aiuta perché le cause che conducono un paziente alla morte possono essere molteplici e vivere insieme al malato condividendone i pensieri e le sue ansie acuisce la sensibilità clinica.

Le analisi ematochimiche e le immagini strumentali infatti devono essere interpretate e lette con uno sguardo tra le righe alla luce dell’evolversi della patologia che spesso non è quella descritta sui libri.

Le conclusioni cui giunge il medico legale incaricato dalla Procura sono condivisibili sia per la sua competenza metodologica che per capacità critiche (non scontate).

Vi è una concreta premessa su cui costruire l’azione risarcitoria successiva in ambito civilistico.

Sei interessato ad una consulenza medico legale nel corso di un’autopsia ? Contattami al link 

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La vittima del dovere e obblighi relativi.

La vittima del dovere e obblighi relativi.

Egli non può rimanere in attesa degli eventi, proprio perchè in forza di un giuramento è vincolato dalla Legge e dal codice deontologico.

Un poliziotto, mentre e’ allo stadio con i familiari, osservando una lite tra due adulti, si avvicina, prima tenta di farli ragionare, poi cerca di dividerli ma nella colluttazione riceve un pugno sull’occhio.

Perde progressivamente la vista in due anni dopo sofferenze inaudite.

Egli ha il dovere di tentare di sedare la rissa e adempie agli obblighi del Suo ruolo.

La vittima del dovere sarà risarcita dallo Stato perchè  il danno è superiore al valore del 25% di danno biologico secondo le tabelle di riferimento.

La vittima del dovere e obblighi relativi.

Il mio ruolo è difenderlo in CMO e, dopo la doverosa analisi preliminare del caso, far comprendere gli aspetti clinici e medicolegali del danno subito a chi deve dare il giudizio e quantificarne il danno subìto .

Il paziente ritiene di poter riporre la sua fiducia in me.

Se ritieni di essere vittima del dovere contattami al 3488607320 (anche whatsApp).

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L’errore medico e responsabilità

L’errore medico.

Un collega mi chiede aiuto per una vicenda che lo coinvolge qualche anno prima.

Mi racconta che giunto al letto dell’ammalato, in visita domiciliare, prescrive esami e una radiografia, quindi una terapia farmacologica.

Dopo due giorni l’ammalato muore e i familiari imputarono al medico la responsabilità del decesso.

In effetti il sanitario, dall’analisi dei dati dell’accusa, appare sapiente e diligente nell’approccio alla visita, identifica il paziente (che non sembra essere grave), esprime un sospetto diagnostico, chiede un approfondimento, consiglia una terapia condivisibile.

Il decesso non sembra essere imputato a lacune gravi della condotta del sanitario che invece trascura un aspetto frequente: non da’ la possibilità di un contatto (telefonico ?) trascurando un fare empatico che dovrebbe essere parte del progetto assistenziale di ognuno di noi.

Il collega è prosciolto dalla grave accusa di essere responsabile, anche collateralmente della morte dell’ammalato, ma un dubbio mi sovviene.

Se fosse stato più disponibile, avesse manifestato meno frettolosità, lasciato la possibilità di essere contattato dopo qualche ora o il giorno dopo, i familiari sarebbero stati altrettanto severi e dubbiosi sulla condotta eseguita ?

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