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Infortunio sul lavoro e malattia professionale

L’infortunio sul lavoro è un evento causale o concausale che ha determinato un danno biologico provocato da una causa violenta, esterna e accidentale, verificatosi in occasione della prestazione lavorativa.
Devono quindi correlarsi tre elementi concomitanti:
la causa violenta (rapida quindi cronologicamente concentrata), esterna (requisito di esteriorità) e imprevista (accidentale),
la circostanza del lavoro,
l’evento dannoso alla salute.
La lesione è l’alterazione recata al complesso psicofisico del lavoratore, l’occasione di lavoro è il nesso di causalità o eziologico tra il lavoro e il verificarsi del rischio, la causa violenta è l’azione improvvisa ed immediata di una forza esterna che determina la lesione stessa ed eventualmente la menomazione.
Il fatto dannoso inoltre non è né voluto né previsto dal lavoratore stesso, in quanto legato alla pericolosità della prestazione d’opera.
L’infortunio sul lavoro può verificarsi anche per dolo o per colpa di terze persone (ad esempio del datore di lavoro), ma questo non comporta il venir meno, nei casi in cui spetti, dell’indennizzabilità dell’infortunio stesso.
La Legge ha esteso la nozione di lesione ricomprendendovi l’integrità biologico fisica del lavoratore ma anche il danno estetico e psichico. Il danno estetico però deve essere incidente sulle attitudini al lavoro del soggetto protetto o meglio sulle capacità dell’assicurato di trovare occupazione nel mercato del lavoro, mentre il danno psichico è da valutare in tale ambito indipendentemente dalla produzione del reddito.
L’infortunio in itinere è quella condizione che si verifica durante il percorso “diretto” di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro e gli elementi che intervengono come circostanza aggravante il rischio generico della strada sono l’iter e il mezzo di trasporto che deve essere autorizzato dal datore di lavoro e necessario per l’assenza di possibilità di usare mezzi pubblici.
La malattia professionale è una patologia la cui causa agisce progressivamente sull’organismo (causa non violenta e concentrata nel tempo ma lentamente instauratasi).
La causa può essere diretta ed efficiente, cioè in grado di produrre l’infermità in modo esclusivo o prevalente contratta nell’esercizio e a causa delle lavorazioni rischiose. È possibile, tuttavia, il concorso di cause extraprofessionali ma queste non devono interrompere il nesso causale per la incontrovertibile capacità di determinare da sole l’infermità.
Per le malattie professionali quindi deve esistere un rapporto causale o concausale, diretto tra il rischio professionale e la malattia e il rischio può essere provocato dalla lavorazione che l’assicurato svolge oppure dall’ambiente in cui la lavorazione stessa si svolge (cosiddetto “rischio ambientale”).

Il lavoratore è sollevato dall’onere di dimostrare l’origine professionale della malattia, infatti, una volta che egli abbia provato l’adibizione a lavorazione tabellata (o comunque l’esposizione a un rischio ambientale provocato da quella lavorazione) e l’esistenza della malattia anch’essa tabellata e abbia effettuato la denuncia nel termine massimo di indennizzabilità, si presume per legge che quella malattia sia di origine professionale (ciò configura la cosiddetta “presunzione legale d’origine” superabile soltanto con la prova – a carico dell’Inail – che la malattia è stata determinata da cause extraprofessionali e non dal lavoro eseguito dall’attore.
La Corte Costituzionale, con la sentenza 179/1988, ha introdotto nella legislazione italiana il cosiddetto “sistema misto” in base al quale il sistema tabellare resta in vigore, con il principio della “presunzione legale d’origine”, ma è affiancato dalla possibilità per l’assicurato di dimostrare che la malattia non tabellata di cui è portatore, pur non ricorrendo le tre condizioni previste nelle tabelle, è comunque di origine professionale.

Indennità di accompagnamento: riflettiamo insieme

L’indennità di accompagnamento (Legge n° 18/80 integrata dalla Legge n° 508/88) è quel contributo economico, in ambito socio assistenziale (Corte Costituzionale sent. n° 346/89), prevista dallo Stato a favore degli invalidi civili che, oltre ad essere nella condizione di diffi coltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età se minori o con più di sessantacinque anni o essere portatori di un’invalidità totale, siano anche nell’impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore o non sono in grado di com piere gli atti quotidiani della vita per cui hanno bisogno di assistenza continua.
Tale indennità è prevista senza tener conto né del reddito né dell’età a meno che il beneficiato non sia ricoverato presso istituto di cura a carattere di lungodegenza o a titolo riabilitativo.
Tale indennità è compatibile con lo svolgimento dell’attività lavorativa ed è cumulabile con l’indennità di accompagnamento percepita in qualità di cieco civile o con quella per sordomu tismo (Ministero della Sanità circ. prot. 500.6/1984).
L’incapacità a deambulare
Contrariamente alla prassi quotidiana in cui spesso la richiesta è incomprensibilmente riget tata, la Cassazione nella sent. n° 3228/1999 sottolinea che il diritto sussiste quando la condi zione fisica dell’invalido comporta un difetto di autosufficienza determinato dalla deambula zione particolarmente difficoltosa e limitata nello spazio e nel tempo, tale da essere fonte di grave pericolo, in ragione della concreta possibilità di caduta dello stesso e che giustifichi il permanente aiuto di un accompagnatore.
La Corte aggiunge, nella sentenza n° 8060/2004, che l’indennità debba essere corrisposta an che quando il soggetto invalido si muova autonomamente, sepppur a fatica nella propria abi tazione ma sia accertato che si trovi nell’impossibilità ad uscire e autonomamente cammina re per strada……..(pensate ai nonni confinati in palazzi antichi senza ascensore………..).
L’incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita
Il Ministero della Sanità intende atti quotidiani della vita quelle azioni elementari che effet tua quotidianamente un soggetto normale di corrispondente età e che rendono l’inabile inca pace di compierle, quindi bisognevole di assistenza continua. Le azioni semplici sono quelle attività non legate all’attività lavorativa ma che consentono ai soggetti non autosufficienti con dizioni esistenziali compatibili con la dignità della persona (vestizione, nutrizione, igiene per sonale, preparazione dei cibi, l’orientamento spaziotemporale, accendere la radio o la televisione, fare la spesa, etc) ma non solo ……..è necessario che l’invalido abbia cognizione di ciò che fa (aprire la porta di casa, aprire l’acqua e le finestre, accendere il gas, etc.(Cassa zione sent. n° 1268/2005) Esse (le azioni elementari), devono avere cadenza quotidiana (Cas sazione sent. n° 88/2005) e possono essere anche una delle tante, poiché non è necessario che siano tutte quelle elencate. La Legge 18/80 all’art. 1 aggiunge “anche quando sia stata ac certata l’impossibilità della persona ad uscire autonomamente da casa per provvedere alle proprie necessità, senza l’aiuto di un accompagnatore a prescindere se gli atti quotidiani del la vita avvengono autonomamente nella propria abitazione (Cassazione sent. n° 8060/2005). Ed ancora anche quando la necessità dell’aiuto di terzi da parte dell’invalido si manifesti nel corso del la giornata (Cassazione sent. n° 5784/2003) secondo il concetto quali tativo e non quantitati vo di assistenza continua, cioè ogni qualvolta l’inabilità sofferta dallo stesso è limitata solo a particolari atti quotidiani della vita e determini un difetto permanen te di autosufficienza (Cassazione sent. n° 5784/93).
Dr. Marcello Lorello